Vincent, Perdent e la vacca sacra.

di Cristiano Gabrielli

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“Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.

Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.

Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla. (…)

Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto. (…)

Tutto quanto è diverso, è Dio.

Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.”

Carmelo Bene, Nostra Signora dei Turchi

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Ormai in nome dell’avvicinamento del pubblico all’arte come succede da sempre con la democrazia, la civilizzazione, le religioni ed altre comode ortodossie, si possono compiere le peggiori nefandezze ideologiche, educative, sociali e merceologiche con l’entusiasmo e l’approvazione popolare.

I creativi cretini 4.0, i Dandy Warol della domenica, avendo preventivamente indossato il kit completo che comprende il cinismo di Simmel, il cappello di Beyus, l’ironia di Duchamp, la faccia di Koons, il dildo di Murakami, il dito di Cattelan, la barba del Profeta ed il pelo sullo stomaco della scimmia Congo, ma non la sua innocenza, possono tranquillamente e quotidianamente appropriarsi dei temi dell’arte per fare cassa.

Brandizzando ed allocchendo, con l’appoggio tanto degli entusiastici mediatori culturali che dei manager museali visionari, si puó arrivare ai piani bassi della piramide alimentare per rafforzare lo zoccolo duro del consumo: radical chic, victim fashion, hipster e popolino.

Cosí si compie l’evoluzione dal tanto biasimato con la cultura non si mangia al forse piú moderno ma ancor piú biasimevole mangiamoci pure la cultura.

La direzione l’hanno tracciata da tempo guru della mediazione coolturale e trasgressori assortiti, ed ovviamente le varie griffe di patron, padroncini e patrocinatori.

Tra un billboard e un billabong l’arte è diventata un meraviglioso crush (test).

Se l’aura si vende e bene, l’ha detto pure Andy mentre parlava tranqui con Francy e Giampy alla cena ashanti di Fendi sulla terrazza trendy, allora la moda puó e deve fornirla come accessorio glamour.

Inevitabilmente dal sollecitare ai compiacenti Brand Artist ed artivisti qualche cuticola o caccola con cui firmare o incellofanare prodotti e prodottini, al raschiare il fondo attingendo al patrimonio gratuito dell’umanitá dandolo in comodato ad un qualsiasi pig-malione ammaliatore o a una munifica marca il passo é breve.

Breve quanto la folgorante deduzione che all’occorrenza é inutile pagare una quota dell’incasso agli esosi vivi quando c´é tanta mercanzia su cui nessuno, essendo morto, puó accampare diritti e copyright.

Sugli spazi si ragiona di conseguenza: aperti a tutto, soprattutto all’abuso griffato che paga bene ed usa la grancassa anche meglio.

Per i piú ottusi il baldo Damien lo ha cantilenato per la tremillesima volta nel suo ultimo trionfo in laguna.

L’arte ed il patrimonio immateriale dei popoli sono un magazzino di bric-a-brac.

Si attinge, ci si appropria, se qualche occhiuto guastafeste si accorge del plagio si paga con arroganza una mancia irrisoria e retroattiva ai rappresentanti dei miserabili detentori dei diritti.

Peccato che non accettino piú nè le fucilate, nè lo stupro etnico, né le perline, nè le coperte infette.

https://www.excelsior.com.mx/expresiones/2017/06/20/1170755

Si stilizza, ma solo se si ha voglia se no non é una citazione comprensibile per il cretino.

Non azzardiamoci a chiamarla cinica cazzata.

Come gli sproloqui dei cacicchi populisti, la teoria della terra piatta ed i nazi in Antartide.

Trattasi di sapida post verità.

Si ironizza, si gigantizza, si incrosta, si contamina, si spettacolarizza, si riduce il contenuto ai minimi termini e si serve ben ghiacciato e shekerato in produzione satrapica e con battage mediatico adeguato.

L’oliva é il cervello dello spettatore.

Nelle declinazioni minimal si scribacchia qualcosa a mano su un supporto qualsiasi, si installa qualche foglietto e qualche risulto e ci si bea dello spazio bianco invaso dal concetto.

Sul tema dello sfruttamento della prestituzione dell’intangible la volpe Jeff, in associazione a delinquere con il gatto da sempre amico dell’arte Louis, li aveva messi sulla buona strada.

Io nemmeno mi ci spremo, che questi parvenu si prendano come mie delle belle copie, dipinte a mano da schiavi di bottega così da rinverdire una tradizione protoliberista dei grandi , di Fragonard, Rubens, Da Vinci, Van Gogh e Tiziano, che si trasforma per l’occasione mondana in TITIAN come un personaggio della Dc Comic.

Chi ha le tasche piene ha bisogno di una borsa firmata per lo meno tre volte, altrimenti é solo un gran pezzente. 

Si brandizza in una placca da pappone gangsta rap il nome dei Geni del passato immortalato da due Geni del presente: merceologia ingegneristica certo, peró ggenetica!

Futurista! Talento! Appropriazione! Astuzia sopraffina! Innovazione! Ironica provocazione!

E le signorotte, la critica intelligente e i media vip giú a sbrodolare aggettivi e a sdilinquirsi in estasi sul feticcio concettuale al cubo.

Che bel Kitsch one! Che icon on a stasis!

E che visione illuminata da parte del Museo parigino! Che raffinata innovazione, che apertura ai gusti della gente! I francesi in queste cose di classe e divulgazione proprio non li batte nessuno…

Il Louvre fornisce il (jet) set e la splendida corniche per lo still-life in attesa che passi Beyoncé sculettando femministicamente con il suo ganzo e la fila aumenti ulteriormente.

Nell’attesa di farsi firmare l’autografo magari la gente puó ballare un pó di Zumba o giocare a Art Crash Saga o a dipingere una versione reality augmented ed interattiva della vecchia Mona, ormai in effetti parecchio lisa: é tutta una vittoria della cultura, il picco di visitatori e di selfie lo dimostra.

Le varie direzioni museali e sovrintendenze, quelle ancora legate a vecchi e polverosi pregiudizi culturali, prima si saranno morsicate le mani, pensando ai decenni di squallide magliette, puzzle e poster, tazzine, portachiavi e portacenere venduti dichiaratamente solo come souvenir, si a caro prezzo ma in fondo a spiccioli, alle masse in uscita dai vari templi e santuari dell’esperienza culturale.

Si saranno sentiti dei micragnosi bancarellai e dei pulciari: cosí niente avvicinamento, identificazione zero.

Poi dai brainstorming ed in co-creating, ça va sans dire, é emersa la risposta per innaffiare il cavolo mentre si accarezza la capra di turno.

Ormai la tendenza é chiara: per il bene dell’arte, per finanziarla e sostenerla, si possono fare anche bei soldoni concedendo a qualche griffe di second´ordine di riprodurre dove vuole i capolavori di cui giá deteniamo i diritti.

Una giusta percentuale e ci si mette d’accordo da uomini di mondo, facendo spoiler insieme a qualche altro artistonzolo furbastro ed avido se serve o cantando all together con il tinktank dei creativi stitici di turno pecunia non olet.

Serve anche per tacitare il coro dei soliti catoni che intonano indignati il conferendis pecuniis.

Anche il loro ribrezzo aumenterà la grancassa ed i consumi: non fare la mummia!

Visto che si media…

E poi via, magari al MACRO As(s)il(l)o per un poco di yoga o di pilates: per deflorare quello che resta della cultura le posizioni ad angolo retto vanno sapidamente arricchite, meticciate e variate.

Intanto trionfa il me atticciato degli operatori antropologicamente impegnati.

Il Finis di De Finis è stato più ampio del Finis Austrie: ha tardato anche nel farla finita.

E dispiace che il ritorno di Franceschini avvenga proprio mentre trionfa la cultura alla Franceschiello, ma si sa le disgrazie non vengono mai sole.

Navigare e sperare, a vista.

Perché educare il pubblico a fare distinguo e differenze tra mercanzia e cultura, tra prodotto lurido ed arte, quando gli stessi che dovrebbero preoccuparsi di farlo come artisti nel loro lavoro sono i primi markettari che muovono abilmente le tre carte altrui e che neanche si preoccupano di fare un pó di restyling decente?

Seguiamo la corrente: diamo alla gente ció che vogliamo facendogli credere che sia ció che vuole.

La critica cool é giá d’accordo da anni, questo é il mercato baby, i media strombazzano la canzone da sempre.

Tutto é arte e perché l’infezione sia completa l’arte deve essere un bolo, una morchia, un tutto del quale ci si puó appropriare, comprandolo e vedendolo spalmato dappertutto, facendo l’unico sforzo animico di aprire la bocca a comando per lo stupore e quindi il portafoglio per appropriarsene.

La rivoluzione incombe ed il genio visionario non aspetta altro che di monetizzare, dopo l’ennesima polemica contro il sistema sguappata in incognito ovunque seguono sconvolgenti inaspettate rivelazioni: Banksy è un’altra marchetta.

Più che alle vittime in generale pensava da sempre alle victim fashion: chi l’avrebbe mai sospettato.

E noi a non capire che anche questa è una provocazione allo squallido mercato dell’arte e ai suoi tronfi sicofanti, che ignoranti.

Tra una azione scimmiottata (cita-azione) ed un’estasi Beetlejuice style ovviamente nemmeno l’arte generalmente orientata alla mediocrità sfugge ad una bella strizzatina d’occhio a chicchessia.

La più energica viene data alle sgonfie mammelle dello sfiancato quadrupede: in assenza di idee si gode da Dio vendendo il latte altrui per proprio o goccette del proprio ormai ad eterna conservazione.

Piuttosto che la riflessione sui voli di Frate Asino adesso sembra trionfare il lecchinaggio a Sorella Mula.

Lavori di bassa cucina anche lì.

Nell’attesa in fila per la mostra evento è d’obbligo succhiare estatici ed estetici un Macaròn sognando un leader femminile, però cazzuta a la Macròn, o farsi un lavacro intestinale con un cappuccino di latte alle ginocchia di Starbucks, a seconda dell’orientamento anti-politico.

Intanto ci si può filmare mentre si fa (male) una qualsiasi cosa griffandola con un graffiante antipaternalismo: è già performance, editare con Premiere e preparare per la prossima premiere, ovunque sia.

Red capret: basta.

E basta anche con i ricatti ideologici e i giudizi tranchant a chi è solo stanco delle boiate pretenziose di ogni genere profuse da chicchessia: che si inizi a risparmiare al pubblico le mediocrità pompose e le stipsi pensose.

Augurabile anche che ritorni un expertize che abbia il coraggio di giudicare dai fatti e non dalle intenzioni pelose e dai proclami truffa a base di fuffa: è d’obbligo per tutti, anche per gli ornitorinchi e le echidne, visto l’andazzo.

Certo che implica fatica e senso di responsabilità: ascendere low coast è tutta un’altra cosa.

In Cultural Class, superati i futili ed adolescenziali romanticismi ed i pallosi distinguo, il pubblico consapevole, tattile, sinestetico, partecipativo ed edotto puó farsi incartare il suo trancio di cultura a portar via mentre si beve il suo caffé dall’apposita tazzina Illy o si trastulla con un più prosaico salame o prodottino a km 0 o partecipa a una qualsiasi tavolata artistico-nomade o aperitivo freack pre o post la immancabile lectio minimalis.

Nel frattempo produce o si prepara a farlo.

O magari può fare un poco di gaming da veri VIP che é pure meglio: é di tendenza su Vanity Fair.

Cosí i monatti, i trafugatori di corpi, di ossa e di cadaveri, i venditori di reliquie, i saccheggiatori, gli espiantatori, come sempre accade nelle epoche di desolazione umana ed intellettuale, incontrano un fervente ed interessato e competente pubblico di compratori e giustificatori, di mallevradori, paraninfi, facilitatori e collezionisti.

Chissá cosa penseremmo se ci imbattessimo, magari in un bel museo antropologico, in una qualche tribú aborigena o primitiva che avesse praticato rituali e superstizioni simili: sarcofagia, cannibalismo di appropiazione, apotropaismo trasversale, commercio di cadaveri e feticismo, despoliazione dei propri e degli altrui avi e vendita dei corredi.

Magari ci limiteremmo ad osservare curiosi e a sparare giú una qualsiasi sentenza da uomini civilizzati, evoluzionati ed imprenditori.

Certo che tempi! Che selvaggi, non ci si puó credere: ma ti rendi conto, per forza che si sono estinti !

Poi via alla caffetteria per un panino gourmet di cucina primordial etnica mentre ci si sgargarozza una bella bibita artigianale ayurvedica, fatta con gli ultimi fagioli nani del Siam.

Senza cannuccia, non siamo mica dei barbari anti ambientalisti.

E dopo, a pancia piena, si puó sempre passare al gift shop per vedere quanto costa quella bella riproduzione della vasca porta-cuori, che é davvero perfetta, iconica ed ironica come portacenere per la Patty, che ha divorziato giá tre volte e va per la quarta.

Sicuramente sono arrabbiato e bisognerebbe invece fare un sacco di giudiziosi distinguo.

Ma mi illudo di essere in buona e secolare compagnia.

Dubito che Vincent, cosí come lo chiamano i suoi nemici di fatto piú che i suoi amici ed estimatori, l’avrebbe presa molto diversamente.

Non gli sarebbero piaciuti gli ovvi e trionfali redazionali, le frasette estrapolate e decorate, le stanzette virtuali, le proiezioni crasse spalmate ovunque e i sensibili spoiler collettivi strappa like: parafernalia usati per abbindolare lo stesso pubblico che si commuove sulle tragedie solo per entusiasmarsi pavlovianamente sul deprecabile scandalo o sulla morale a lieto fine e sul messaggio positivo che qualche ipocrita poi cuce a misura del senso comune medio e serve caldo caldo.

La mascotte trionfa: e si capisce bene.

Invece del gattino quanto é piú tenero, anche da sgranocchiare, il Vangoghino, il cuccioletto stradaiolo riscattato, asciugato, coccolato, pacificato e ricondotto trionfalmente tra le mammelle calde del tardo-capitalismo.

La visione che si propala: é un bel risarcimento ed una rivincita per uno che in vita non riusciva a vendere nemmeno un quadro.

Adesso tutto il pubblico si puó ispirare e in tutto il mondo lo si ama e lo si capisce: sono i miracoli che puó fare il buon marketing visionario unito ad una saggia mediazione culturale.

Tutto questo é un trionfo della cultura democratica e collettiva ed un bene per l’arte.

Il sommo direttore del museo olandese Axel Rüger,a suo tempo ha dichiarato, mentre grondava soddisfazione per il sold out delle bagattelle prodotte da Vans: non cerchiamo di farlo piú grande, ma piú accessibile, di diffondere e di ispirare, di evidenziare la sua influenza nel disegno contemporaneo (sic…) Vans é sensibile e lo ha capito. (…) E poi serve per mantenere il museo, che si regge per l’87% sulle vendite del gift shop e sui diritti della diffusione in digitale. Ma principalmente a richiamare l’attenzione sulla vita del pittore. E quante belle cose culturali si possono fare con questi fondi.

E soprattutto quante belle figlie e figli Madama Dorè.

https://elpais.com/cultura/2018/08/08/actualidad/1533746412_580268.html

E chi se ne frega se un memento mori o un autoritratto, che non sono esattamente dei selfie toccherebbe ricordarlo, né nelle intenzioni, né nei contenuti, stanno sulla punta dei piedi di qualche figlio di papá o sul petto di qualche allumeuse: piú vicino di cosí c´é solo la fagocitazione o la rettoscopia.

Che tutti abbiano la propria deco-razione.

Il mezzo si puó confondere con i fini e viceversa, tanto la retorica é un arte pure quella e non stiamo lí tanto a sottilizzare.

Mi piace pensare che l’ineffabile olandese matto gli avrebbe immediatamente tirato una scarpa, non una da tennis in tela super soft ma un bello scarpone di cuoio grezzo, terroso e chiodato, di quelli che gli piaceva dipingere.

Anche a chi si appende nel salotto o in camera i poster del “Biliardo di notte”, della “La notte stellata” o dei “I girasoli” bamboleggiando sulla bellezza e la solaritá dei colori e la positivitá del messaggio, sull’inno alla vita e la sensibilitá che vince ogni sofferenza, sull’impatto benefico e rilassante ed altre idiozie da infimo borghese acculturato collettivamente.

Quindi almeno due sulle gengive di chi sfoggia le sue Vans con T-shirt en pendant, o magari si accontenta di un paio di calzettoni per una calda notte stellata.

Mi piace immaginare che si sarebbe tagliato anche l’altro orecchio e gli avrebbe detto: tieni, prenditi pure questo!

Ispirati, espira ed impiccati! Incompetente microcefalo e bottegaio!

Ma forse sono solo un passatista, un settario classista che ha letto troppo Artaud e le lettere a Theo su un libro e non su una maglietta, un romantico che difende una torre d’avorio ormai diroccata e poco interattiva, oltre che attrattiva: un reazionario astioso ed un pedante.

E forse, visto che il consenso di massa con leccata collettiva é ormai plebiscitariamente l’oppio migliore per formare ed ispirare le masse ricoprendole di gustosa melassa, hanno davvero sempre ragione le maggioranze, i creativi democratici, i visionari imprenditori ed i Pop-ulisti.

L’arte non é una vacca sacra, dobbiamo essere moderni, pragmatici e realisti.

Vabbé, mi sa che mi farebbero bene un bel paio di scarpe nuove, dopo tutto questo impegno culturale bisogna pure autogratificarsi e dopo un anno magari le Vans Gogh costano anche meno o è già uscito il modello nuovo.

Ma quale autogratificazione!

No, non sono affatto convinto e continuo ad essere molto arrabbiato.

Sará colpa dell’educazione, dell’etá e delle radici antropologiche.

Nella cittadina dove sono nato per identificare una persona squallida, ingorda ed avida, in campagna si diceva: chi quello? Se solo trovasse chi se le compra si venderebbe pure le ossa di sua nonna.

Gente brutta, che mungerebbe fino allo sfinimento la sua mucca per giorni senza dargli da mangiare né da bere, per poi ammazzarla e farne bistecche dicendo: è la scelta migliore anche per lei, giá non dá piú latte.

Salvo poi nei giorni seguenti iniziare a lamentarsi per l’ingiustizia del mondo e per la scarsitá cronica di latticini, di formaggio ed ovviamente di mucca.

Continuo per questo orgogliosamente a pensare che primariamente l’arte non dovrebbe mai essere trattata come una vacca, né sacra né profana e che quindi mai ed in nessun caso dovrebbe essere pensata, nemmeno amichevolmente,come la nostra cara vacca.

E resto nelle mie di scarpe.

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